Confesso:

Ho smesso di scrivere. Ho abbandonato penna e tastiera come si abbandona un figlio quando non si regge il peso della responsabilità. Ho voltato le spalle a me stesso perché a volte è la cosa giusta da fare. Basta poi riprendersi. Mettere la freccia, mollare il freno e rimettersi in carreggiata. Voglio tornare ad essere me, la mia versione migliore, la maschera sagomata meglio. Questa volta non andrò a capo, perché è proseguimento, estensione, conseguenza naturale. Dovrò essere compatto, quadrato, magari spigoloso. Ci saranno vertici pungenti e facce lisce, grigiume e colori e luci e ombre. Ci metterò tutto. Di nuovo.

J

Il Pensator Cortese

Ciao a tutti,
io sono Giorgio ma per la maggior parte di voi sono il Pensator Cortese. Con le maiuscole, sì, come fossero nome e cognome.
Se state leggendo queste righe significa una cosa semplice: significa che non ho mantenuto una promessa e di questo un po’ sono dispiaciuto. E via con il post-fiume ma vi avviso, sarà una lettura lunga come il lockdown e pesante come un sermone di Pasqua.

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E poi un bel giorno…

…ti svegli, ti vesti ed esci a portare a passeggio il tuo solito fantastiliardo di pensieri per la testa. Imbocchi la strada che percorri quasi meccanicamente ogni mattina da anni ma, ohibò! Hanno chiuso il passaggio! E allora rimani stordito, anche se poi rinsavisci e ricordi che gli avvisi erano esposti già da un po’.
Zuccone che sei, dove hai la testa?

E adesso? Io sono “un abitudinario di caratura imbarazzante” (mi si perdoni l’autocitazione).
E… e adesso cosa faccio? Dove vado?

Passo da stordito a inebetito.
Mi piaceva portare lì le mie paturnie a fare amicizia con le loro simili.
Hm“. Solo questo mi riesce di formulare. “Hm“.
Fantastiliardo più uno.

Pensieri!? Oggi si torna a casa, da bravi, domani usciremo ancora…

“Io sono colei che mi si crede”

A te che usi Bellezza come arma di seduzione

E mai come cartellino del prezzo

Tu, che cerchi sostegno con gli occhi

Ma nel mentre ti prendi in braccio da sola

Che conosci rabbia e dignità, illusione e stanchezza, forza e tenacia

Alle tue mani, che da sempre coltivano il seme della speranza

Ai tuoi sogni di giustizia e amore

Bagnati da una sottile pioggia di compassione

Ai tuoi seni che sono estasi per l’amante

Riparo per l’amato

Conforto per il bambino

Alla tua sfacciata impertinenza nel rimanere nuda nel pianto

Oppure ancora, vestita di un elegante sorriso coraggioso

A tutto questo, che io chiamo Donna

Dono un rispettoso silenzio, denso

Di ammirazione e riguardo.

Comincia tutto con un piccolo segreto

Comincia tutto con un piccolo segreto. Al quale se ne aggiunge un altro. E poi un altro ancora.
I segreti, si sa, devono rimanere nascosti, e allora scavano una tana. Sempre più grande, sempre più profonda.
Un giorno ci si accorge che questi segreti sono diventati un gregge di pecore ruminanti. Vivi. Ogni giorno più numerosi. Si strofinano l’uno contro l’altro e si riparano a vicenda dalle intemperie, ben attenti a non uscire dal loro recinto invisibile. Ma clandestinamente cospirano. Tramano.
Sognano di tornare in superficie, liberi di pascolare alla luce del sole. Servirebbe soltanto un invito, una piccola mulattiera che ne favorisca la risalita.
Quella strada ha un nome: si chiama fiducia.

Il millepiedi e il rospo

C’era una volta un millepiedi che era bravissimo a ballare con tutti i suoi mille piedi. Quando danzava, gli animali si radunavano nel bosco per ammirarlo e tutti erano molto impressionati dalla sua abilità. Ma c’era anche un animale cui non piaceva che il millepiedi ballasse. Era un rospo.

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Tra sonno e veglia

Zampetto come un criceto nella propria gabbia, avanti e indietro in uno spazio angusto. Bloccato da una parete di plastica, oscillo tra la ruota e un riparo.

Oggi sono un padre in sala d’attesa, un urlo strozzato in gola, un pugno stretto in tasca. Un respiro corto, un sentimento non ricambiato. Un’opera incompiuta.

Mi sento come se il tempo, fuori e dentro me, scorresse con due flussi differenti: fuori, il fiume in piena che trascina e travolge tutto ciò che trova sulla sua via. Dentro, un rigagnolo d’acqua che vede il mare vicino, ma fatica ad avanzare e non riesce a raggiungerlo.

Come si doma, il tempo? Come si comanda alle acque?

Quanto si può vivere, aspettando?

Il Cantastorie

Fonte: Pinterest
Fonte: Pinterest

Vidi per la prima volta questo quadro in un momento molto particolare della mia vita. Ero fragile, molto più di ora, in cerca di qualsiasi cosa mi potesse riconciliare con me stesso ed il mondo esterno.
“Gerolamo Induno – Sciancato che suona il mandolino (Il cantastorie), 1852”. Così recitava la piccola targa posta sotto l’opera, sistemata in una stanza anonima, illuminata da luci altrettanto anonime.
La ritenni un’ingiustizia, quel dipinto era molto più espressivo di altre croste a cui era stata riservata un’enfasi ingiustificata.

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Una fuga un po’ amara

Questa mattina un po’ ti ho invidiato, sai?

Avrei voluto rimanere lì, accanto a te

Rannicchiato con la testa sul cuscino ancora caldo

Con i pensieri ben chiusi fuori dalla porta

Ed i sogni a prenderne il posto

Avrei voluto restare ad ascoltare i tuoi respiri terapeutici

Mentre il tuo calore mi scaldava dal freddo del buio

Ho cercato di fare il minor rumore possibile, per non svegliarti

Una carezza fugace e poi sono sgattaiolato fuori dalla porta

E chissà cosa penserai, non trovandomi al risveglio

Ti ricorderai di me e del mio profumo?

Non possiamo stare insieme, lo sai, c’è lui

Ma ci saranno altre volte, te lo prometto

Perché io ho bisogno di te

J

Tigro il Bello

Soma.tizzare

Somatizzare: trasformare impulsi o conflitti psichici inconsci in disturbi di tipo organico e funzionale.

Che fregatura. Non bastava il dolore fisico. Non bastava nemmeno quello psichico. Eh no, non vorremo mica privarci di cotanta grazia, un bel mix di pensieri e sensazioni dolorose. Fisiche. Quelle che ti appesantiscono il respiro.

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Pareti sottili

Sento auguri di buon anno farsi eco, da un capo all’altro del telefono posto dietro la parete della mia camera da letto. Una signora non più giovane ma ancora piacente, con un sorriso che racconta molto più dei suoi modi gentili e degli abiti che si adattano alla stagione della vita che sta vivendo.

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L’Ennemi

I Fiori del Male‘ di Baudelaire è un’ottima compagnia una tantum, da sfogliare con calma, quando si ha attenzione da dedicarle.
Volevo condividere con voi una piccola perla, e per i non francofoni (come moi) ho messo in calce la traduzione della mia edizione super economica…

***

L’Ennemi

Ma jeunesse ne fut qu’un ténébreux orage,
Traversé çà et là par de brillants soleils;
Le tonnerre et la pluie ont fait un tel ravage,
Qu’il reste en mon jardin bien peu de fruits vermeils.

Voilà que j’ai touché l’automne des idées,
Et qu’il faut employer la pelle et les râteaux
Pour rassembler à neuf les terres inondées,
Où l’eau creuse des trous grands comme des tombeaux.

Et qui sait si les fleurs nouvelles que je rêve
Trouveront dans ce sol lavé comme une grève
Le mystique aliment qui ferait leur vigueur?

— Ô douleur! ô douleur! Le Temps mange la vie,
Et l’obscur Ennemi qui nous ronge le coeur
Du sang que nous perdons croît et se fortifie!

C. Baudelaire


Il Nemico

Fu la mia giovinezza una tempesta oscura,
Qua e là attraversata da brillanti soli,
Poi tuoni e piogge hanno devastato tutto
E il mio giardino ora non ha che qualche frutto rosso.

Eccomi ora nell’autunno dei pensieri,
Adopero il badile ed il rastrello
Rassodo la terra tra buche enormi,
Come tombe scavate dall’acqua del diluvio.

Forse, chissà, i nuovi fiori che sogno Troveranno nella terra lavata come un greto
Il mistico alimento che gli darà forza?

– O dolore! o dolore! La vita se la mangia il Tempo,
E l’oscuro Nemico che ci rode il cuore
Cresce e si rafforza col sangue che perdiamo!