Jam session

Finalmente ho trovato! Ecco cosa mi ricordi.
Mi ricordi una jam session di jazz, con tanti strumenti che sembrano andare ognuno per conto proprio, senza un filo logico e poi…

Poi alla fine si incontrano nello stesso posto, alla stessa ora e tutto diventa chiaro. Un concerto dall’inizio lento, un tempo battuto da lievi colpi del piede sul palcoscenico e poi…

Poi uno sguardo, e arriva il cambio di ritmo. Il pianoforte passa dai toni gravi a quelli acuti, come bicchieri di cristallo che si incontrano in un brindisi e poi…

Poi il contrabbasso si trasforma in un elefante ballerino, pesante e leggiadro nello stesso movimento, goffo e allegro, nel suo appoggiarsi agli altri protagonisti e poi..

Poi la tromba si mette a correre, le note che prima erano lunghe e malinconiche, ora escono sempre più veloci, sempre più veloci, tanto da far trattenere il respiro, ascoltando le urla lanciate dalla sua campana e poi…

Poi arrivano le spazzole ad accarezzare il rullante, preludio allo ‘shotgun’ preso in prestito dal blues, perché le contaminazioni per te sono fondamentali.

Ecco, mi ricordi tutto questo, non uno spartito scritto rimbalzando tra regole ferree ma un insieme di armonie libere.

J

58 pensieri riguardo “Jam session

        1. Sto ascoltando il brano di Hancock & C. proprio ora e, se all’inizio non mi piaceva (il jazz mi lascia sempre disorientata per via di quella enorme libertà interpretativa degli standard), ora lo sto trovando trascinante. Bella jam session! 🙂

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          1. Io parto dal caro e vecchio 4/4 rock fatto di ignoranza assoluta, per imparare ad apprezzare il jazz sono passato prima dai grandi classici. E dai Dream Theater, ma questa è un’altra storia.

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              1. Mi hanno abituato a tempi assurdi, cambi di velocità e parti meno facili e orecchiabili.
                Pensandoci bene anche il rock degli anni ’70 era così

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  1. non quanto fosse voluto ma questa jam session l’ho sentita come una metafora di vita: quattro persone, diciamo tre uomini e una donna, sorpresi nei loro gesti appena prima che il caso li faccia incontrare, quattro assoli separati, a tratti dissonanti ma comunque interessanti come lo sono spesso le vite degli altri. E poi quando l’amicizia esplode ecco una musica corale che non cancella ma esalta le peculiarità di ciascuno.
    ml

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          1. Ehm… (miiii i fraintendimenti 🙄).
            Caro J, io ti stimo molto, apprezzo quello che scrivi e come lo scrivi, MA tra di noi non ci può essere niente. Sei troppo grande per me, tra pochissimo molto di più, e poi… io sono uno spirito libero… ho anche un caratteraccio… oddio, c’è di peggio eh… comunque, nulla… amici come prima, ok?

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      1. E pensare che proprio il jazz é stata la cosa più difficile che ho dovuto superare nella musica! non mi entrava proprio nella testa. Adesso ne sono innamorata… ma in realtà sono innamorata di tutta la musica e un po’ anche delle persone che amano la musica quindi… Grazie a te anche…😉

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          1. Ricorda una cosa mia cara, le emozioni più intense si provano toccando ops volevo dire “ascoltando” in questo caso 😉 ho in memoria un paio di concerti dal vivo uno di Neil Young a Roma l’altro di Robert Fripp al Bluenote di Milano dove mi sono ritrovata con le lacrime agli occhi. Sai, la musica è intensa tutta ma quando è presente e tangibile… beh, è qualcosa di incomprensibile da raccontare o spiegare bisogna solo viverla e basta 😘.

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            1. Sì, io mi perdo. La mia attenzione si sposta da un musicista all’altro. Amsterdam, Cafè Alto mi pare si chiamasse il locale, ci facevano le improvvisate jazz, di quelle che “se vuoi suonare sali sul palco e suoni”. Uno dopo l’altro, si aggiungevano musicisti e ne veniva fuori roba da paura. Incredibile come si creassero sintonie dal primo momento e, davvero, bastasse uno sguardo per capirsi.

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