Non stanotte

A volte la conferma che non è la serata giusta arriva da piccoli dettagli.

Non ho voglia di rientrare a casa. Un semaforo che vorrei diventasse rosso, sfoggia invece il verde più brillante che quell’angolo triste di città abbia mai visto. Un tempo che sembra infinito, mentre imprecando al tricolore per ogni volta che mi ha fatto arrivare tardi, rallento fin quasi a fermarmi. Mi accontenterei di un segno. Un giallo, anche pallido, e rimarrei inerte.
Non c’è storia, vince il semaforo, che nel silenzio della strada sparecchiata dal coprifuoco, sogghigna e mi accompagna oltre.
Vai a casa, su, non fare storie…

E invece io, a casa, non ci vorrei andare.
Non stanotte.

C’è una luna meravigliosa e dal finestrino appena abbassato, scivola all’interno l’aria fresca di una primavera ancora acerba ma profumata.
Frizzante. Così la chiamano.
Mi fermo per fare attraversare il randagio che pare segua i miei stessi orari. Ormai lo saluto come fosse il mio animale domestico, ogni volta che lo incontro. Mattina o notte, martedì o domenica che sia. Per alcuni esseri, le ore e i giorni hanno tutti lo stesso nome e lo stesso sapore.
Ancheggia lento, con quella grazia femminile che solo le donne affascinanti e i felini possono sfoggiare. Gli occhi brillano alla luce dei fari, il nero del manto si confonde con il fondo della strada. Si ferma.
Mi guarda attraverso il parabrezza con il muso girato di tre quarti. Mi fissa. Mi studia. E poi torna sui suoi passi. Mi cede il passo. Giurerei di aver visto le sue labbra distendersi in un sorriso. Sotto le vibrisse.
Vai a casa, su, non fare storie…

Ancora una volta.

E invece io, a casa, non ci voglio andare.
Non stanotte.

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