Il poeta incosciente

Un artista che ho conosciuto in età adulta, o così la definisce chi come me comincia a non vedere più di buon occhio lo scorrere del tempo, ma che ha lasciato il segno con la sua semplicità e il suo essere profondo quasi senza accorgersene. Un poeta incosciente, una trottola che ha trovato sul suo cammino un ostacolo imprevisto che l’ha fatta cadere e non si è più rialzata.

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Mulini a vento

Ci sono mostri contro i quali combattere è difficile, come ombre cupe e indesiderate che ostinatamente rimangono appese al nostro corpo, almeno fino a quando non si spegne la luce e tutto si confonde nel buio più totale. Questi mostri sono fantasmi, sono i mulini a vento della Mancia, innoqui per i più, nemici solo per chi crede lo siano.
Non si può pensare di uscirne vincitori senza l’aiuto di Sancho Panza, l’aiutante positivo che pone i paletti ad indicare la strada. Non spicca certo per brillantezza, forse -a volte- anch’egli cede e si fa trascinare in qualche avventura senza capo né coda ma il suo ruolo principale resta quello di contrappeso.
Non dev’essere facile vestire i panni di Sancho Panza e restare a guardare mentre Don Chisciotte si lancia a capofitto contro un falso gigante o mentre viene sconfitto da un gregge di pecore, scambiandole per un esercito. Lo scudiero però non indietreggia di un passo, scende dal suo destriero dalle fattezze asinine e fedele al proprio compito raccoglie i pezzi di armatura, cercando di riporli al loro posto, ben sapendo che la prossima battaglia sarà l’ennesima sconfitta e che, alla fine, non otterrà nessuna isola sulla quale governare.

J

La felicità sta in un bicchiere

Sottotitolo: Quando Maometto non può andare in birreria, la birreria va da Maometto.
Devo un grazie enorme a Francesco, il gestore della mia birreria artigianale preferita, quella che la Dea Fortuna mi ha recapitato proprio sotto casa, quella che mi ha annunciato proprio oggi il suo ideatore con gli occhi bassi “non penso riaprirà, non riuscirei a resistere a lungo con solo sette clienti in sala“.
‘Fanculo il distanziamento sociale, l’ho abbracciato e mi sono commosso.

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Lettera dal fronte

5 Aprile 1945

Cara Giuseppina,

sono ancora vivo. Me lo ripeto ogni volta che apro gli occhi dopo le poche ore di sonno che ci sono concesse tra un turno di guardia e l’altro. Qui il tempo è scandito dai peggiori suoni e rumori che uomo possa udire, talmente forti e penetranti che ci accompagnano anche di notte quando tutto è silenzio. Silenzio, sì, rotto solamente da voci che impartiscono ordini così poco convinti che suonano come suppliche, non da un superiore a un soldato bensí da uomo a uomo perché qui, immersi nello stesso fango e nello stesso freddo, i gradi non hanno alcun valore e nessuna utilità. Le penne sui nostri cappelli, siano esse bianche o nere, risuonano sferzate dal vento mentre i nostri piedi affondano nel terreno, ma sappiamo che ogni passo in avanti, ogni metro guadagnato, ci porta sempre più vicini a riprenderci le nostre case e le nostre vite.

Oggi trentanove dei miei compagni non ce l’hanno fatta, altre trentanove madri proveranno il dolore di perdere la vita che hanno donato al mondo, trentanove mogli piangeranno la disperazione e la rabbia e chissà quanti figli non vedranno il padre ritornare da loro per proteggerli, come vorrei fare io con i miei.
Di’ a Emilio e a Germana che tornerò presto, fallo con fermezza e decisione, guardali negli occhi e di’ loro che fino ad allora dovranno comportarsi come se li stessi osservando da lontano. Ora è tuo il compito della loro educazione ma di questo ho solo certezze: pur in mezzo all’odio e al male e al dolore che la guerra inevitabilmente porta con sé, saprai crescerli con amore e speranza in ciò che il futuro gli riserverà.

Ho paura, amore, non di morire ma di non rivedere mai più voi, la nostra casa, il nostro letto e il nostro cavallo. Ho paura di sparare contro chi non è mio nemico, contro altri uomini che hanno una moglie, dei figli, una casa e un cavallo che li aspetta in un’altra parte del mondo. Altri uomini che come me vorrebbero solamente tornare ai loro affetti e ai loro focolari, seduti davanti a tavole mal imbandite ma colme della gioia che solo la propria famiglia può donare.
Mi manca il lavoro nei campi, a volte chiudo gli occhi e cerco di rivivere la pace della solitudine e della natura, con i suoi colori ogni giorno diversi in base alle sfumature del cielo e del sole. Vorrei tornare a guadagnarmi la vita con il sudore della fronte e la forza delle mie braccia, non con la grigia e fredda canna di un fucile. Non siamo eroi, nessuno di noi lo è, siamo solo padri e figli mandati al fronte per difendere la terra dei nostri padri e dei nostri figli.

Abbi cura di te e porta un mio bacio ai bambini, sii forte, non tremare, lavora ancora più sodo di quanto già non facessi e fa’ che non manchi il pane in tavola. Resisti e combatti insieme a me, amore, tra poco saremo di nuovo insieme.

Il tuo Angelo.

La caduta di Icaro

Ho smesso di volare

Le ali sono stanche, le piume rade e consunte dalle cadute

Le cicatrici tanto vistose che non provo nemmeno più a nasconderle

Se penso al tempo che mi è servito per imparare

All’impegno e alla fatica che mi è costato

Se penso a quanta ostinata caparbietà

Mi scorreva come linfa nelle vene

Fu l’arroganza di chi è troppo sicuro di sé a fermarmi

Arso dai raggi del sole, tanto vicino da poterlo toccare

Accecato dalla sua luce

Sopraffatto dalla sua austera solennità

Ma nella caduta ho provato pace

Fino a strappare alla mia bocca un sorriso amaro

Nel lasciarmi piovere come goccia in un temporale

E liberare i muscoli dalla tensione

Ho sentito in me tutta l’ironia della vita

Che illude solo chi ha il coraggio di sognare

J