Va bene così

Succede di tornare a casa la sera, sprofondare nel divano, ripensare a come sono andate le cose e poi scrollare le spalle mentre mi dico: “Va bene. Va bene così.”
Perché ci sono momenti molto semplici da analizzare, in cui la vittoria consiste nel limitare i danni e non farsi male.

J

P.s.: della chitarra di questo capolavoro si è occupato un certo Sig. Dodi Battaglia.
FYI, come scrivono quelli fighi.

Ho tatuaggi più vecchi

Ho tatuaggi più vecchi di te

Hanno un peso ben specifico

Sparsi, in maniera non casuale

Sparsi, per mantenere l’equilibrio

Non c’è posto per nuove zavorre

Non per chi provoca il beccheggiare

Sulla mia pelle voglio solo ali nuove

Spiegate, come vele al Maestrale

Ora taci, sibilo ostinato e onnipresente

Ostro dalla direzione incomprensibile

Che siano spiagge o scogli

Cerca il tuo naufragio

Come io cercherò il mio

J

Omissis

Omettere è la più onesta forma di vigliaccheria.

Non è una bugia, è una consapevole dimenticanza, se non si bada all’ossimoro.

Non si tratta di falsare la realtà ma di non pronunciarla.

Si può essere imputabili per qualcosa che non si è detto?

Non è forse l’atto più simile ad un delitto perfetto?

Riuscite davvero a biasimare un essere umano per non aver agito?

Non io.

Con buona pace delle conseguenze

Quando entrambi gli imputati omettono

Entrambi consapevolmente dimenticano

Entrambi non pronunciano la verità.

Con buona pace del sorriso

Che inopportuno spunta a farsi beffe di tutto

E di tutti.

J

Farewell, Eddie.

Eruption, eruzione.
Questo era la musica che usciva dalle corde della sua chitarra, un’eruzione di note che ricadevano su chi era all’ascolto.
Da ex chitarrista non posso che sbavare ad ogni fraseggio composto e suonato con le sue Ibanez, marchio al quale ha legato per lunghi anni la propria immagine, resta comunque il paradossale fatto che Eddie van Halen sia conosciuto ai più per… un riff di tastiera.
Quale? Ma è ovvio, quello composto dagli undici magici tocchi che hanno fatto letteralmente ‘saltare’ intere generazioni. Jump!
Eddie è stato un amante passionale della sua chitarra, con lei era in grado di fare l’amore ma anche di scoparla senza remore, lo dimostrano il suo Spanish Fly e -come citato in apertura- la sua Eruption.

Un vero amante della chitarra, dicevo, innamorato a tal punto da volerla rendere sempre più bella e unica. Ne rese famosa la versione a 7 corde, perché le tradizionali 6 non bastavano più ad esprimere tutta la sua bellezza e poi rese famosa e perfetta la tecnica del tapping, che ogni chitarrista vorrebbe padroneggiare ed ogni appassionato di rock ha mimato almeno una volta ascoltando le sue canzoni.
Se potessi esprimere un desiderio in questo momento vorrei tornare per un giorno nel 1984, numero che simboleggia un anno, un disco, un’icona rock. L’anno in cui un certo signor Billy Idol sfornava Rebel yell, i Metallica confezionarono Ride the lighting, Bruce Springsteen uscì con Born in the Usa e via discorrendo, fino ad arrivare all’esplosione di uno dei più grandi successi (uscito l’anno precedente) di Michael Jackson, Beat it… e indovinate chi ha registrato quell’assolo epico? Esatto, proprio lui, Edward van Halen da Amsterdam.
Insomma, non si può dire che Eddie non fosse in buona compagnia.

Farewell, Eddie, e grazie di tutto.

Viaggio nel deserto

Ognuno di noi possiede un proprio deserto personale e in questo momento io sto attraversando il mio.
Il deserto è l’immagine perfetta per descrivere solitudine, isolamento, introspezione, ma anche vita, colore, suono e stupore.
Un viaggio -del resto, tutta la vita lo è- alla ricerca di un riparo, lontano dalla pioggia. Un viaggio alla ricerca del sole che scotta la pelle, che brucia, che secca la gola.
Solo vivendolo ci si rende conto che il deserto è stato oceano, un posto in cui la vita si posava su ogni minuscola particella e che oggi giace pigro e arido e polveroso.
Per fortuna non cammino solo ma, prima o poi, dovrò trovare il coraggio di liberare il mio ‘cavallo senza nome‘ e contare soltanto sulle mie forze.
Questa canzone andrebbe studiata a scuola.

Nuvole

L’acqua del mare e le lacrime sono fatte della stessa materia
Sono anime salate in mezzo ad altre anime affini
Destinate ad evaporare, come sogni all’alba
A dividersi e lasciarsi, senza alcuna cattiveria
Basta però volgere lo sguardo in alto
Sopra la propria ombra, sopra ciò che ci spaventa
Per ritrovarle vestite di forme diverse e colori nuovi
Condensate. Di nuovo insieme.
Pronte a ricadere al loro posto
Reiterando il loro ciclo naturale

L’acqua del mare e le lacrime sono fatte della stessa materia
Anime salate essenziali per la nostra sopravvivenza

J

Come in un quadro di Turner

Ed eccomi qui, asserragliato nella mia auto come un criceto chiuso in gabbia, in attesa che passi l’acquazzone.
Sembra di essere un moderno Achab nel bel mezzo di un autolavaggio, quando il getto d’acqua è così forte che potrebbe scoperchiare la carrozzeria come fosse una lattina. La lattina però resiste e mi da un forte senso di sicurezza.

“Ha! Anche questa volta abbiamo vinto noi!”

Sembra smettere, per qualche breve secondo, e poi ricomincia ancora più forte di prima, si riversa con rabbia sulle case, le auto, sui lampioni, sul terreno… no, non c’è scampo, meglio aspettare qui ancora qualche minuto.
La radio è spenta, l’abitacolo illuminato solo dalla luce fioca dei lampioni che penetra attraverso il parabrezza. I sensi si acuiscono.

“Da dove arriva questo profumo?”
Mi viene istintivo usmare i polsi. No, non è il mio ma è qui, ne sono sicuro, lo sento all’interno dell’abitacolo.
Nel frattempo il mondo visto da qui dentro sembra un quadro di Turner, tanto è fumoso e indefinito.

È un profumo dolcemente aggressivo, intenso, che si intona perfettamente con la violenta pioggia all’esterno.

No, non può essere il deodorante per auto, anche perché non ho un deodorante per auto.

Sa di sole e di resina, la stessa che sgorga dagli squarci nella corteccia degli alberi.

“Che scemo… è ovvio!” Lo dico ad alta voce, parlando a me stesso.
Butto il capo sul poggiatesta e scoppio a ridere, fortunatamente nascosto dal buio e dai vetri satinati dai rigoli d’acqua che fluiscono di traverso, copiosi come fiumi in piena.
Non posso scrivere un profumo, ma posso trasformarlo in una canzone.

J

Janis Joplin – Kozmic blues

Energia cercasi

Una fuga di tre giorni è ciò che sono riuscito a ritagliarmi quest’anno e contando che alcuni non hanno fatto nemmeno questo, mi consolo.

Sappiamo tutti (?) quanto il tempo sia importante e quanto lo sia ancora di più vivere esperienze di qualità, per questo la mia colonna sonora dei 400km di autostrada sono stati loro. ‘Una badilata in faccia’, sentenzierebbe Luzzatto Fegiz. Forse.

J

P.s.: quanto odio questo editor a blocchi?

Viaggio cosmico

Ho sognato di guidare su una strada tanto diritta che sembrava infinita, senza nemmeno una curva, eppure -non so come- mi ha riportato ancora al punto di partenza.
Mentre guidavo pensavo.
Pensavo a quanto entrambi conosciamo il sapore della sconfitta, l’odore acre del disincanto unito al rumore roboante del terreno che si sgretola sotto ai piedi. Un’esperienza multisensoriale, extraterrena, quasi metafisica.

Oggi il cielo splende di un blu diverso‘, cantavano in sottofondo. Ed io con loro.

È stato un viaggio cosmico, senza staccare i piedi da terra.

J

In viaggio

Una coppia di artisti che ammiro molto, due grandi professionisti, diversi eppure molto simili.
In primo piano spiccano la poesia e la voce di Samuele Bersani, il suo stile inconfondibile, un po’ malinconico
con sprazzi di leggerezza… e in sottofondo le dita magiche di Sergio Cammariere che corrono sulla tastiera del pianoforte, regalando un biglietto di sola andata per il viaggio che è questa canzone.

Buonanotte, o buongiorno, questo brano vale in entrambi i casi.

J

A volte, semplicemente, succede.

Succede di farsi troppe domande.

Succede che si vorrebbe rispondere in maniera corretta.

Succede che non venga appresa la lezione.

Succede di non aver risposte.

Succede e non dovrebbe.

Succede ed è pioggia di conseguenze.

Succede ed è ineluttabile.

Succede e si rimane spettatori.

Succede ed è ispirazione.

J

L’uomo del faro – Incipit

Avevo poco più di vent’anni quando decisi di partire con la sola compagnia del mio fidato zaino: direzione sud per godermi il mare, il sole, le spiagge, i paesaggi e l’accoglienza di cui tanto avevo sentito parlare.
Il mio DNA di spilorcio mi costò una sveglia veramente infame, mi vidi costretto ad uscire di casa alle quattro in punto per essere in aeroporto giusto un’ora prima della partenza, fissata per le 6.05 del mattino.
Mi piace viaggiare in aereo, mi lascia sempre l’impressione che l’uomo sia davvero l’animale più evoluto di tutti, ma è solo una valutazione effimera che dura il tempo del decollo per poi lasciare spazio all’insofferenza che serbo nei confronti della specie umana. Per non parlare dell’atterraggio. Ho visto famiglie di gibboni imparare chilometriche sequenze di numeri, nel frattempo l’homo ignoras ignoras applaude ed emette suoni gutturali ad ogni fottuto atterraggio di un aereo. Super asteroide, vieni presto.

Continua a leggere “L’uomo del faro – Incipit”

Sogno di una notte…

Avrei voluto toglierti i pochi vestiti che indossavi e sentire la tua pelle, morbida e liscia, addosso alla mia.
Avrei voluto sfamarmi di ogni centimetro del tuo corpo, guardare di nuovo i tuoi occhi chiudersi e sentire il tuo respiro farsi più pesante ad ogni bacio, ogni morso, ogni graffio, fino a trasformarsi in gemito, e poi in preghiera.

Vieni qui… vieni da me…

Sarebbe stato il rito perfetto, l’incontro, lo scambio.
Do ut des.
Il mio corpo teso sarebbe stato tuo reame, la tua mente il mio libro da scrivere con tratto deciso e marcato, una storia fatta di dita che sfiorano e mani che stringono la vita, perché non scappi via.
La vita… la stessa vita che ti sarebbe bruciata nelle vene, attirandomi a te come fossi la tua unica salvezza.

Avrei voluto tutto questo, ma ti sei dissolta in una nube di ricordi, ed il mattino è arrivato a salvarmi.

J

Relax notturno

Penso di essermi meritato una notte serena, dal tono pacato e per godermi questa notte ho scelto questa canzone.
Un capolavoro che mi ha convinto con un verso particolare:

I have my freedom but I don’t have much time

Ognuno la interpreti un po’ come crede, io ne ho una versione ben chiara.

J

Rolling Stones – Wild horses

Ego

“Non lo dirò mai a nessuno”

E ora tutti sanno

“Non ti farei mai una cosa simile”

E invece l’hai fatta

“Non temere, non succederà”

E poi è successo

“Non giudicherò, promesso”

E il giudizio è arrivato

“Non ti farei mai del male”

E ci si ritrova a leccarsi l’anima

.

Siamo spine che pungono

Cocci di vetro taglienti

Lame affilate di rasoio

Inermi e fini a noi stessi

Fin quando smuove la quiete

Ed il caos ha inizio:

Entropia di pensieri

Orgia di corpi

Ego cannibali

Di una fame insaziabile

J

Nuovi inizi

Trovo sempre faticoso iniziare una nuova storia, il distacco -senza dubbio- non è il mio superpotere.
Quando una situazione mi si cuce addosso sono restio al cambiamento ma, questa è legge universale, tutto finisce. Bisogna quindi adattarsi alla nuova realtà, al cambiamento, non ci si può fermare altrimenti tutto il percorso precedente sarà stato inutile.
E quindi mi trovo qui, con te al mio fianco, pronto ad iniziare il prossimo viaggio.
Era scritto che questa notte saremmo finiti a letto insieme.

Libro nuovo, storia nuova. Si comincia.

J

Jam session

Finalmente ho trovato! Ecco cosa mi ricordi.
Mi ricordi una jam session di jazz, con tanti strumenti che sembrano andare ognuno per conto proprio, senza un filo logico e poi…

Poi alla fine si incontrano nello stesso posto, alla stessa ora e tutto diventa chiaro. Un concerto dall’inizio lento, un tempo battuto da lievi colpi del piede sul palcoscenico e poi…

Poi uno sguardo, e arriva il cambio di ritmo. Il pianoforte passa dai toni gravi a quelli acuti, come bicchieri di cristallo che si incontrano in un brindisi e poi…

Poi il contrabbasso si trasforma in un elefante ballerino, pesante e leggiadro nello stesso movimento, goffo e allegro, nel suo appoggiarsi agli altri protagonisti e poi..

Poi la tromba si mette a correre, le note che prima erano lunghe e malinconiche, ora escono sempre più veloci, sempre più veloci, tanto da far trattenere il respiro, ascoltando le urla lanciate dalla sua campana e poi…

Poi arrivano le spazzole ad accarezzare il rullante, preludio allo ‘shotgun’ preso in prestito dal blues, perché le contaminazioni per te sono fondamentali.

Ecco, mi ricordi tutto questo, non uno spartito scritto rimbalzando tra regole ferree ma un insieme di armonie libere.

J